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domenica 5 febbraio 2012








CONTEMPORANEAMENTE SOGGETTO E OGGETTO DELLA CREAZIONE ARTISTICA
Il mio primo incontro con Pippo Ragonesi risale agli inizi degli anni Sessanta, fra i banchi di quella scuola media che, in attesa del varo della legge 1859 del 31.12.1962, si chiamava “sperimentale”. Un contatto di breve durata, per la verità, visto che presto le nostre strade si sarebbero divise e noi avremmo continuato il nostro percorso in sezioni diverse.
Era il periodo in cui “lungo la speme e breve ha la memoria il corso” e ciascuno di noi accoglieva con grande entusiasmo ciò che la scuola proponeva, impegnandosi al massimo delle proprie possibilità in quelle attività verso le quali sentiva più forte la vocazione, vivendo il proprio presente con un timido sguardo a quel futuro “vago” che si profilava nelle nostre menti. Così c’era chi se la cavava egregiamente tra Espressioni e Problemi, chi tra Riassunti e Temi (rigidamente “di fantasia”, questi ultimi, specie quando capitava il classico “Come hai trascorso le tue vacanze”), chi tra Compensati e Martelli e chi tra Matite e Colori a cera o a tempera, utilizzando nel migliore dei modi i suggerimenti di cui ora il prof. Coppola ora il prof. Girbino erano assai prodighi durante le loro lezioni. Naturale, con queste premesse, che ciascuno di noi, finita la scuola media, imprimesse alla propria vita direzioni diverse. Altrettanto naturale che Ragonesi indirizzasse la sua naturale inclinazione verso una scuola ad indirizzo artistico per continuare con altri maestri il percorso intrapreso e per acquisire supporti tecnici da mettere a servizio di quanto Madre natura gli aveva benignamente messo a disposizione.
Che quanto da lui fatto vedere ai tempi della Scuola Media contenesse in nuce l’artista che è diventato lo compresi alla fine degli anni Ottanta quando, rientrato a Belpasso dal mio esilio professionale in quella Lombardia dove la Lega e Bossi cominciavano a muovere i primi passi, capitai nella sua bottega, che già d’allora si presentava con tutti i caratteri di un vero e proprio Centro culturale. Mi avevano colpito, prima, le sue grafiche (tutte con scorci paesaggistici belpassesi) e un quadro che avevo avuto modo di osservare aspettando il mio turno nella sala d’aspetto dello studio oculistico del dott. Consoli, ma il trovarmi lì, forse perché mai prima di allora mi era capitato un contatto diretto con un ambiente del genere, mi aveva rivelato che il ragazzo incontrato di sfuggita sui banchi di scuola aveva da tempo abbandonato il ruolo di “promessa” ed era diventato un “artista” con la A maiuscola.
Che dire di Pippo Ragonesi quando su di lui è stato scritto praticamente tutto? Cosa aggiungere a quanto abbondantemente hanno detto su di lui apprezzati giornalisti e autorevoli critici d’arte?
Pippo Ragonesi incute, almeno in me, grande soggezione. Per tanti motivi: per quel volto rimasto “da bambino” che neanche i folti baffi e qualche ciuffetto di capelli bianchi riescono ad invecchiare; per quella naturale disponibilità all’ascolto e al confronto che caratterizza il suo relazionarsi con gli altri; per quella modestia che lo porta a fare passare per assolutamente normale ciò che grazie al lui è veramente eccezionale; per quel modo di vivere l’esperienza artistica che lo vede contemporaneamente soggetto e oggetto della sua creazione; per quella facilità con la quale passa dal paesaggio alla natura morta, dal ritratto all’autoritratto, al nudo; per quella capacità di scuotere la tua adrenalina manipolando il colore fino a farlo esplodere; per quel modo che sollecita la riflessione senza intaccare minimamente il godimento estetico; per quell’abilità nel trasportare sulla tela aspetti della realtà rivisitati alla luce della sua sensibilità e della sua cultura; per la mediterraneità dei suoi colori esaltata dal rosso della lava dell’Etna, dall’azzurro del cielo, dal nero della roccia, dal blu del mare, dal verde degli aranci e dei boschi .
A sostenere quello che è il mondo di Ragonesi è la sua solida preparazione culturale – sintesi del contatto tra il mondo classico e il mondo contemporaneo, tra filosofia occidentale e filosofia orientale, dalla quale nasce il suo messaggio di armonia e di amore, in una gioiosa fusione in cui natura, uomini e cose diventano un tutt’uno.
Da anni Pippo Ragonesi intrattiene un felice sodalizio culturale con il giornalista Pino Pesce, da Motta Sant’Anastasia, già docente di Materie Letterarie negli Istituti Superiori, profondo conoscitore della sua evoluzione artistica. Per lui ha scritto, per la collana “Maestri contemporanei”, l’originale ed interessante libro-catalogo “Ragonesi è/e fusione”, edita dal Centro Culturale “Risvegli”. Finita di stampare nel 2009, l’opera è stata presentata lo scorso 27 marzo nella sala conferenze dell’Etna Expo nel complesso “Etnapolis” di Belpasso.
Attraverso una intelligente selezione di monografie – di Carmelo R. Viola, Paolo Giansiracusa, Francesco Nino Nicita, Angelino Cunsolo, Maria Sambataro, Rachele Castro, Laura Galesi, Maddalena De Lisi, Rosario Cunsolo, Pasquale Licciardello, Maria Giuseppa Fiamingo, Alessandro Puglisi, Loreley Rosita Borruso, Cettina Serra, Ludovico A. Lizzio, Anna Asero – Pesce si immerge fra le pieghe più nascoste dell’arte di Ragonesi che, dopo essere stata indagata e “squadrata”, non presenta più alcun punto oscuro e può così offrirsi al lettore per una facile comprensione.
Un’altrettanto intelligente selezione di immagini tutte a colori, che ripropongono scorci di numerose opere, fa emergere tutti gli elementi che rendono Ragonesi artista capace di fondere arte e vita, materiale e spirituale, oggettività e soggettività, quiete e movimento.
Difficilmente chi si viene a trovare di fronte ai suoi quadri rimane indifferente, visto che da questi, complice l’originalità dell’espressione esaltata dal dinamico intreccio delle forme e dall’intensa cromaticità, emerge un messaggio che induce sicuramente alla riflessione. Dunque, non solo fusione, ma anche effusione, a decodificare lo strano titolo con il quale Pesce sintetizza un percorso di vita vissuto attraverso l’evoluzione di un ‘Arte perennemente in fieri, segno di un’ansia indomita di vivere nuove esperienze, di sperimentare nuove tecniche, di esprimere la propria concezione della vita, di dialogare con gli altri.
Vito Sapienza
(da ALTA FREQUENZA, Luglio/Agosto 2011)